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Come creare un’ambientazione di fantascienza distopica

Come creare un’ambientazione di fantascienza distopica

Come creare ambientazione di fantascienza
Immagine di pubblico dominio, Fonte

Ben ritrovato su questi lidi!

Il blog sul quale ti trovi nasce per offrire approfondimenti sul valore dello storytelling in ottica SEO e utili guide per la scrittura e per la narrazione sotto forma di interviste agli autori più creativi e prolifici che ho avuto modo di conoscere, come nel caso dei consigli su come creare un’ucronia fantasy offerti dai Demiurghi.

Oggi abbiamo ai nostri microfoni digitali Annarita Faggioni, direttrice editoriale de Il Piacere di Scrivere e autrice di L’ombra di Lyamnay, un romanzo di genere fantascientifico distopico di recente pubblicazione.

Ho avuto modo di leggere recentemente questo libro il quale mi ha piacevolmente colpito per l’impegno speso dall’autrice nel definire in maniera approfondita il mondo claustrofobico, rigido, asfissiante nella sua monotonia di Skylhope, una realtà futuristica nella quale il climatologo John Reckon si trova catapultato apparentemente da una versione futura di se stesso.

Questa città in bottiglia immersa in un clima artificiale è controllata dalla milizia delle Forze Internazionali, strangolata da una burocrazia rigida che determina la vita dei cittadini in ogni dettaglio e vede una eroina/terrorista alle prese con una lotta per la libertà compresa da pochi.

Cedo quindi la parola ad Annarita, che avrà modo a partire dalla sua esperienza di offrirci alcuni utili suggerimenti su come creare una ambientazione di fantascienza distopica.

Bentrovata Annarita. Vuoi raccontarci qualcosa su di te e sul tuo percorso di autrice?

Ciao Ilario e grazie per avermi ospitato.

Chi sono io? Un’anima ispirata, che ha trasformato la sua passione prima in filastrocche, poi in un lavoro (come copy e blogger) e infine (per ora) in un romanzo. Il fatto di avere 25 anni mi dà vantaggi e svantaggi: molte cose ho ancora da leggere e imparare, altre, invece, sono davanti a me e rappresentano sia il mio passato che il mio futuro.

Il mio percorso da autrice è iniziato da piccolissima, con una fan fiction. Da lì non mi sono mai fermata, passando dal fare la blogger, il giudice letterario e “l’editore di me stessa”, come si suol dire del self-publishing. Ho avuto le mie soddisfazioni nel tempo, ma sono in divenire.

Come nasce l’idea di dare vita a Skylhope?

Skylhope nasce dall’elaborazione di diverse fonti (tratte dal mondo dei videogiochi, della letteratura e anime/manga), con l’obiettivo di creare un mondo che fosse sì rigido, ma brulicasse di vita.

Cercavo un’ambientazione dove tutte le regole di quella società fossero visivamente presenti e, se noti, la città (che in una prima versione si chiamava Chomsky, in omaggio a Orwell) è anche storta a livello di baricentro, così come sono storte, ovvero portate all’eccesso, le fondamenta della società che si poggia su Skylhope.

Vuoi raccontarci qualcosa sul mondo di Skylhope?

Skylhope è una città-stato ancora di salvezza per l’umanità superstite. Gli Skyldoniani sono stati selezionati e seguono un durissimo percorso di manipolazione prima di poter vivere la loro vita monotona e senza sorprese.

Tutte queste “castrazioni” servono a sopravvivere, dato che, all’esterno, il clima cambia in continuazione e non c’è speranza di salvezza se si esce dalla protezione di anidride carbonica che circonda la città, che dovrebbe avere le dimensioni di un capoluogo di provincia, per capirci. Nonostante l’effetto claustrofobico, gli Skyldoniani hanno un forte senso di appartenenza, motivo per cui scuotono la testa quando si nomina la città.

Quale è il protagonista più riuscito del romanzo secondo te?

Il Generale Rydgley Naive e Ryo Kiza, loro due a pari merito sono i più riusciti, ma anche per me i più difficili da realizzare. Il primo ha avuto un’evoluzione naturale nel corso della storia, prendendo via via sempre più spazio: pensavo che sarebbe stato una comparsa (come quelli del network, per capirci), ma poi è esploso.

Kiza, invece, è nato da un personaggio che amo e che, secondo me, era stato distrutto dal suo creatore: la difficoltà è stata dargli un’identità propria, senza che andasse alla deriva. Questo non significa che non ami gli altri protagonisti, ma che sicuramente questi due sono un punto felice di non ritorno per il mio scrivere.

Puoi darmi la tua definizione del genere di fantascienza distopica?

La fantascienza distopica è un universo parallelo dove tutto si piega e tutto si distrugge al tuo volere. È un’arma a doppio taglio, che segue una logica ferrea: basterà un sassolino diverso e tutto svanirà nel nulla. Tienilo a mente quando scrivi e, se hai paura, chiedi ai tuoi personaggi: loro ci vivono e sanno perfettamente dove andare, spesso anche meglio di te.

Come bisogna caratterizzare i personaggi di una ambientazione fantascientifica distopica?

Si deve creare una forte connotazione, cosa che vale per tutti i personaggi che dovrebbero in qualche modo affascinare il pubblico, ma soprattutto quelli che vivono in un mondo distopico, per un semplice motivo: in una situazione di disagio, ci si rafforza e si estremizzano alcuni tratti base del carattere, per forza di cose.

Per farlo, devi studiare il tuo personaggio come se fosse un sito: più che capire a chi ti rivolgi (questa fase la fai prima di dar vita al romanzo, non dopo, quando stai lavorando sui personaggi…), devi sapere tutto del tuo personaggio. Come cammina, come si veste, qual è l’aggettivo che lo rappresenta e perché. Solo così, quando poi si troverà in situazione (dialogo/scena/ecc.), lui saprà esattamente come muoversi e tu come scriverlo senza sindrome del foglio bianco.

Quali sono i passi da seguire per creare un convincente mondo distopico fantascientifico?

Io ti posso dire come ho realizzato Skylhope, però non posso garantire che la ricetta sia valida per ogni evenienza.

  1.    Ho immaginato un’ambientazione generica, misurando l’area di intervento. Ho pensato a una città, che fosse semplice da gestire con poco personale e i personaggi si potessero muovere liberamente senza disperdersi (e senza confondermi, anche…). Per esempio, se si fosse trattato di un intero pianeta, le cose si sarebbero complicate e ci sarebbe voluto un bel po’ di tempo per dare un nome caratterizzante a tutte le città, tutte le vie, ecc.
  2.  Ho elaborato le zone, creando una specie di cartina per destinazioni d’uso. A Skylhope c’è il centro con gli uffici, poi c’è la zona residenziale periferica, per esempio. Anche qui, sono andata per esigenze: se ci sono dei cittadini, dovevano pur abitare da qualche parte, ci dovevano essere delle scuole (“L’Ombra di Lyamnay” ha dei convitti, chi vorrà leggerlo scoprirà perché), un centro di controllo, ecc.
  3.    Ho limato e affinato, sfruttando le situazioni del romanzo. Sono nati così i piani della Torre, la struttura interna dei convitti, ecc.

Tutto sta a fare un piano preparatorio, che ti mostri se ci sono criticità da risolvere. Il bello è che sei tu a inventare la soluzione, ma deve avere un minimo di logica, sennò lettore e personaggi ti mandano a quel paese.

Quali letture non devono assolutamente mancare per chi vuole creare una ambientazione di fantascienza distopica?

Penso che non debba mancare la lettura e la curiosità di approfondire. Se devo pensare a libri specifici, senza Orwell (1984) non vai da nessuna parte, ma la formazione si può completare con Asimov e con i grandi della fantascienza di ogni tempo.

Quale è l’aspetto più originale, più appassionante più riuscito del tuo romanzo per il quale lo consiglieresti agli appassionati del genere?

Questo è un romanzo flessibile senza disperdersi, forse è questa l’innovazione principale: un appassionato di fantascienza si aspetta un mondo futuro, ma magari non si aspetta che John debba risolvere un omicidio per capire dove si trova.

Situazioni come quella di Lorenza A, di Eris e della stessa Lyamnay, invece, sono spunti di riflessione “distopici” e a tratti fuorvianti, ma che rendono bene ciò che volevo esprimere. Alla fine, ti appassiona perché, nonostante tutto, vuoi sapere come va a finire: si crea così un parallelo tra quello che i protagonisti vivono e quello che il lettore sente sulla sua pelle.
Non è e non è mai stata una storia per tutti, non lo sarà mai: chi è stanco di leggere le solite frasi fatte penso che troverà soddisfazione.

E questo è tutto. Grazie Annarita per questa intervista, a presto!

 

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