Benvenuti in questo nuovo approfondimento dedicato a un piccolo grande classico del cinema horror degli anni Sessanta. Oggi parliamo di Die, Monster, Die!, da noi nota come “La morte dall’occhio di cristallo”, un’opera del 1965 che nasce sotto l’egida della American International Pictures per cavalcare il successo dei film di Roger Corman basati su Edgar Allan Poe. La produzione affida la regia a Daniel Haller, che fino a quel momento aveva lavorato come scenografo proprio per Corman, e questo si nota immediatamente nella cura maniacale per le ambientazioni della pellicola.
Leggi tutto: La morte all’occhio di cristallo: l’horror lovecraftiano con Boris KarloffPrima di proseguire, ricordate che potete sostenere questo progetto premendo Mi Piace con un tentacolo, ma anche iscrivendovi al Patreon in descrizione o abbonandovi al canale, che vi da diritto di recitare litanie non umane e di richiedere video personalizzati su ambientazioni di vostra scelta.
La genesi di Die, Monster, Die! ha radici commerciali molto chiare. Negli anni Sessanta, la American International Pictures cavalcava con estremo successo la formula vincente creata da Roger Corman con i suoi adattamenti di Edgar Allan Poe. La produzione decise dunque di applicare lo stesso schema alle opere di H.P. Lovecraft e scelse per la regia Daniel Haller. Per Haller questo film rappresentò il debutto assoluto dietro la macchina da presa, dopo una solida carriera come art director e scenografo proprio al fianco di Corman. La sua capacità di costruire set sfarzosi con pochissimi soldi fu fondamentale per dare alla pellicola quell’aspetto visivo ricco che maschera bene il budget ridotto.
Il progetto nacque come una trasposizione molto libera del racconto Il colore venuto dallo spazio. Durante la lavorazione il titolo cambiò più volte. Il nome provvisorio fu The House at the End of the World, mentre nel Regno Unito la pellicola uscì nelle sale come Monster of Terror. Solo successivamente si impose il titolo più sensazionalistico che conosciamo oggi, sebbene la critica dell’epoca lo ritenesse poco adatto al tono reale del film, molto più incentrato sull’atmosfera che sull’azione pura.
Le riprese ebbero luogo tra febbraio e marzo del 1965 presso i celebri Shepperton Studios, in Inghilterra. Gli esterni però regalarono al film la sua vera anima gotica. Le scene ambientate ad Arkham furono girate nel villaggio di Shere, nel Surrey, mentre la sinistra villa della famiglia Witley è in realtà Oakley Court, nel Berkshire. Questa location è leggendaria tra i fan dell’horror, perché si trova proprio accanto ai Bray Studios e fu utilizzata per moltissime produzioni della Hammer.
Il coinvolgimento di Boris Karloff fu fondamentale. L’attore viveva stabilmente in Gran Bretagna in quegli anni e questo facilitò molto il suo ingaggio. Karloff interpretò Nahum Witley con una dignità immensa, nonostante le sue condizioni di salute fossero critiche. Soffriva infatti di una grave forma di artrite e di un enfisema che lo costringeva sulla sedia a rotelle per la maggior parte del tempo. La produzione però riuscì a nascondere questa debolezza fisica e Karloff dimostrò una professionalità tale da non far mai trasparire il dolore durante le scene. Un dettaglio che rivela il suo carattere riguarda la terminologia cinematografica: Karloff nutriva un profondo fastidio per la parola “horror” e insisteva affinché i suoi lavori venissero chiamati film di “terrore”.
Un’altra curiosità tecnica riguarda la fotografia del film. La pellicola fu girata in formato anamorfico widescreen 2.35:1 attraverso un processo chiamato Colorscope. L’uso di queste lenti particolari causò però una distorsione visiva molto evidente ai lati dell’inquadratura, un effetto simile a un grandangolo che schiaccia le immagini. Questo difetto è visibile ancora oggi in molte versioni home video e può risultare quasi fastidioso durante i movimenti della cinepresa. Infine, al momento del debutto negli Stati Uniti, il film fu proiettato in coppia con I tre volti della paura di Mario Bava, mentre nel Regno Unito divise il cartellone con La città dei mostri di Corman, un altro titolo ispirato a Lovecraft.
La morte dall’occhio di cristallo – La trama
La storia ha inizio con l’arrivo di Stephen Reinhart, uno scienziato americano che sbarca alla stazione ferroviaria della sinistra cittadina inglese di Arkham. Sin dai primi istanti, l’atmosfera si fa pesante perché i locali lo evitano come un appestato; addirittura, il tassista del paese si rifiuta categoricamente di accompagnarlo alla tenuta dei Witley. Stephen non si dà per vinto e raggiunge la villa a piedi, mentre attraversa un bosco annerito che circonda un enorme cratere da impatto, una visione spettrale che però Nahum Witley liquida subito come il semplice risultato di un incendio passato.
L’accoglienza di Nahum è gelida. L’uomo vive su una sedia a rotelle a causa di una salute precaria — scelta dettata anche dalle reali condizioni di salute dell’attore — e intima a Stephen di andarsene immediatamente. Stephen però decide di restare per amore di Susan, la figlia di Nahum, e viene accolto con più calore da Letitia, la madre della ragazza. Letitia vive confinata a letto, nascosta dietro le pesanti tende del suo baldacchino per celare un volto che Stephen non riesce mai a scorgere. In un momento di lucidità e terrore, la donna consegna al giovane una scatola che contiene l’orecchino d’oro di Helga, la cameriera di casa sparita misteriosamente dopo una strana malattia. Letitia implora Stephen di fuggire via e di portare Susan lontano da quella casa maledetta il prima possibile.
La tensione sale vertiginosamente durante una cena durante la quale il maggiordomo Merwyn crolla improvvisamente a terra. Quella stessa notte, Stephen e Susan avvertono rumori inquietanti che provengono dal seminterrato e scoprono Nahum in uno stato di estrema agitazione. Poco dopo, Stephen vede Nahum mentre seppellisce il corpo di Merwyn nel bosco nel cuore della notte e nota una luce ultraterrena che brilla all’interno della serra della proprietà. Quando i due giovani entrano per indagare, si trovano davanti a uno spettacolo allucinante: piante e fiori sono cresciuti a dismisura in modo deforme, e alcune creature mutanti gemono chiuse dietro le sbarre di alcune gabbie. In un capanno vicino, Stephen trova frammenti di un meteorite che emettono radiazioni letali e comprende finalmente che l’intera zona è contaminata.
Nahum confessa allora la verità: il meteorite è caduto dal cielo nella brughiera e ha provocato una crescita vegetale rigogliosa in un solo giorno. La sua intenzione era quella di usare quel potere per trasformare il paesaggio, ma l’esperimento gli è sfuggito di mano e ha causato la deformazione fisica di Letitia e della servitù. Letitia, ormai completamente mutata e con il volto decomposto, attacca Stephen e Susan prima di morire, costringendo Nahum a seppellirla nel cimitero di famiglia il giorno successivo. Il finale è una spirale di fuoco e follia: la cameriera Helga, ridotta a un essere avvolto in veli neri e armata di un’ascia, aggredisce Nahum nel seminterrato ma cade accidentalmente sopra il meteorite. L’esposizione massiccia trasforma Nahum in un mostro fiammeggiante e radioattivo che insegue i due giovani attraverso la villa. Mentre la tenuta brucia in un rogo purificatore che consuma il meteorite e Nahum, Stephen e Susan riescono a fuggire e si mettono in salvo.
Il film si presenta come un adattamento del celebre racconto di H.P. Lovecraft Il colore venuto dallo spazio, ma si distanzia in modo netto dal materiale originale. Mentre nel romanzo l’entità aliena è una forza imperscrutabile e quasi incomprensibile che prosciuga la vita, la pellicola preferisce una spiegazione scientifica legata alla radioattività, tema molto sentito negli anni Sessanta. Inoltre, la struttura del film abbandona la decadenza rurale tipica di Lovecraft per abbracciare lo stile dei film gotici di Corman, con tanto di castello antico e dungeon sotterranei. Ci sono riferimenti espliciti ai Miti di Cthulhu, come l’ambientazione ad Arkham e l’accenno a un antenato satanista di nome Corbin Witley, elementi che però rimangono sullo sfondo senza una vera rilevanza narrativa. Lo stile segue fedelmente il modello di Corman per La caduta della casa degli Usher, con il giovane protagonista che arriva in una dimora polverosa per salvare una fanciulla dalle colpe dei suoi antenati. Nonostante queste libertà creative, l’opera mantiene un’atmosfera densa e affascinante.
In sintesi, vi consiglierei di recuperare questa pellicola, a tanti anni dalla sua uscita?
La risposta è sì, specialmente se siete amanti del cinema di genere d’epoca. Anche se la trama procede con un ritmo a tratti lento, la regia di Haller sfrutta magistralmente il formato widescreen per valorizzare le splendide scenografie della villa. La prova di Boris Karloff è da sola un motivo sufficiente per la visione, poiché l’attore infonde dignità e urgenza a ogni scena in cui appare. Consiglio vivamente questo film perché rappresenta un ponte perfetto tra l’horror gotico classico e la fantascienza radioattiva, arricchito da una fotografia vibrante e da un senso di inquietudine strisciante che culmina in un finale esplosivo. È un tassello fondamentale per chiunque voglia esplorare la storia delle trasposizioni lovecraftiane e godersi l’ultimo periodo di gloria di una delle più grandi icone del cinema del terrore.











