Immaginate una superficie d’acqua immobile, un silenzio interrotto solo dal battito del vostro cuore e poi, improvvisamente, quelle due note di basso che hanno riscritto la storia della paura. Non stiamo parlando solo di un predatore, ma di un’icona che ha divorato la cultura pop, trasformando l’oceano in un luogo dove il terrore ha una forma precisa e implacabile.
Ma la storia de Lo Squalo non è solo un miracolo di suspense cinematografica; è una saga tentacolare che affonda le radici in un romanzo di Peter Benchley molto più oscuro di quanto si possa immaginare e si espande attraverso decenni di sequel, videogame e cameo leggendari.
Lo Squalo (romanzo, 1974)
Sotto la superficie scintillante del blockbuster estivo che tutti conosciamo, si nasconde un abisso molto più torbido e inquietante, scavato dalla penna di Peter Benchley nel suo romanzo del 1974. In questa versione originale, Amity non è affatto l’idilliaca località turistica messa in pericolo da un predatore, ma un nido di vipere corroso dal debito e dalla corruzione. Il sindaco Larry Vaughn non agisce per una seppur errata visione del bene comune, ma è un uomo disperato, stretto nella morsa della Mafia che ha investito pesantemente nel mercato immobiliare locale. Vaughn è costretto a tenere aperte le spiagge nonostante i massacri perché, se il valore dei terreni crollasse, non perderebbe solo la sua carriera, ma probabilmente la sua stessa vita per mano dei suoi creditori criminali. Anche la stampa locale è complice: Harry Meadows, l’editore del giornale di Amity, lavora attivamente con Brody per insabbiare la notizia del primo attacco, cercando di proteggere l’economia cittadina prima che la scia di sangue diventi impossibile da nascondere.

In questo clima di tensione morale, l’eroismo dei protagonisti sbiadisce in un grigio realismo psicologico. Martin Brody non è l’eroe carismatico di New York, ma un uomo dai modi bruschi, nato e cresciuto ad Amity, che non ha alcuna fobia dell’acqua ma è tormentato dal sospetto e dalla rabbia. Sua moglie Ellen, lontana dall’essere il pilastro di sostegno visto nel film, è una donna che sta affogando nella depressione e nel rimpianto per una vita agiata e altolocata che sente di aver perso sposando un poliziotto. Questa insoddisfazione la spinge tra le braccia di Matt Hooper, che nel romanzo è un accademico ricco e arrogante che aveva frequentato il fratello di lei anni prima. La loro relazione clandestina, consumata in un motel fuori città, trasforma la caccia allo squalo in un dramma personale violento, culminando in un momento in cui Brody tenta quasi di strangolare Hooper sul ponte della Orca dopo aver intuito il tradimento.
Al centro di questo conflitto umano nuota lo squalo, una creatura lunga 20 piedi — più piccola della versione cinematografica ma descritta con una meticolosità anatomica che la rende una minaccia implacabile e quasi soprannaturale. Nel romanzo, il predatore non è un mostro da film d’azione, ma una forza della natura che mette a nudo l’avidità degli abitanti di Amity, i quali arrivano persino a mutilare il gatto di Brody come atto di intimidazione quando il capo della polizia suggerisce di chiudere le spiagge. Il tema centrale non è lo scontro tra uomo e natura, ma una cupa riflessione sull’uomo contro la propria bramosia, dove il pericolo del mare passa quasi in secondo piano rispetto alla perdita di umanità della comunità.
La conclusione del racconto di Benchley abbandona ogni speranza di un finale glorioso per abbracciare un destino amaro e realistico. Matt Hooper non sopravvive alla sua missione sottomarina: lo squalo distrugge la gabbia e lo divora sotto gli occhi inorriditi di Brody. Quint, trasformato in un riflesso moderno e crudele del Capitano Achab, non muore tra le fauci della bestia, ma viene trascinato negli abissi quando la sua gamba rimane impigliata in una cima legata a un arpione. Lo squalo stesso non muore per un’esplosione spettacolare, ma soccombe lentamente per il dissanguamento e lo sfinimento causato dalle numerose ferite, affondando silenziosamente proprio mentre sta per raggiungere la sua ultima vittima. Brody rimane così l’unico sopravvissuto, abbandonato su un galleggiante improvvisato in mezzo all’oceano, costretto a confrontarsi con il vuoto e il silenzio del mare che ha inghiottito ogni cosa.

Lo Squalo (film, 1975)
è il 1975 e un giovanissimo Steven Spielberg, ad appena 26 anni, si appresta a cambiare per sempre il DNA del cinema mondiale. Il set di Martha’s Vineyard si trasforma presto in un incubo logistico, il primo grande film della storia girato interamente in mare aperto, dove la natura non segue i copioni degli uomini. La produzione, ribattezzata dai membri della troupe con il sarcastico soprannome di “Flaws” (Difetti), naufraga tra costi raddoppiati e ritardi epici, passando da 55 a ben 159 giorni di riprese.
Ma il vero, grande nemico non era l’oceano, bensì Bruce, il mastodontico squalo meccanico così chiamato in onore dell’avvocato di Spielberg. Mai testato in acqua salata prima dell’inizio, Bruce è un disastro tecnologico: i suoi ingranaggi si corrodono, la pelle di neoprene si gonfia d’acqua e, nel suo primo giorno di gloria, affonda miseramente verso il fondo sabbioso.
In quel fallimento tecnologico, però, risiede la genesi del capolavoro. Spielberg, con un’intuizione degna di Hitchcock, comprende che ciò che non vediamo è immensamente più terrificante di ciò che appare. Se lo squalo non funziona, sarà la nostra immaginazione a dargli forma: la presenza del predatore viene così suggerita da barili gialli galleggianti, da inquadrature soggettive sottomarine e, soprattutto, dalle due note ossessive di John Williams. Quel tema musicale, che Spielberg inizialmente scambiò per uno scherzo, diventa il battito cardiaco di un predatore invisibile, una forza della natura instancabile e implacabile che, nonostante sia la protagonista assoluta, appare sullo schermo per un totale di soli quattro minuti.
Mentre la tecnologia fallisce, la sceneggiatura brilla di una nuova luce, distanziandosi profondamente dalla cupezza del libro. Spielberg decide di eliminare le sottotrame più torbide — niente tradimenti di Ellen Brody, niente infiltrazioni mafiose del sindaco — per concentrarsi sulla cameratismo tra tre uomini profondamente diversi. Il Martin Brody cinematografico non è più un locale irascibile, ma un “pesce fuor d’acqua”, un poliziotto di New York terrorizzato dall’oceano, rendendo il suo atto finale di eroismo molto più potente e umano. Matt Hooper perde la sua arroganza per diventare un affascinante “nerd” dell’oceanografia, mentre Quint si eleva a figura mitologica grazie alla straziante aggiunta del monologo sulla USS Indianapolis, trasformando la sua ossessione in una cicatrice di guerra mai rimarginata.
Il culmine di questa titanica lotta tra uomo e natura riscrive completamente il destino dei protagonisti. Se nel romanzo il mare inghiottiva quasi tutti, il film ci regala un finale catartico e quasi “impossibile”. Mentre la Orca affonda, Matt Hooper riesce a fuggire dalla gabbia distrutta rifugiandosi sul fondale, e Quint, in un ribaltamento drammatico rispetto alla pagina scritta, finisce scivolando direttamente nelle fauci della bestia. È qui che Brody, l’uomo che temeva l’acqua, compie il miracolo: arrampicato sull’albero maestro della nave che affonda, con un colpo di fucile da “uno su un milione”, fa esplodere la bombola d’ossigeno infilata nella bocca del mostro. Quella fontana di sangue e detriti di Bruce non segna solo la morte dello squalo, ma la nascita del blockbuster estivo, un fenomeno culturale che ha svuotato le spiagge di tutto il mondo e riempito le sale cinematografiche, incidendo per sempre la pinna dorsale nell’inconscio collettivo dell’umanità.
Lo Squalo 2 (1978)
Nel 1978, il regista Jeannot Szwarc prende il testimone da Spielberg per portarci Lo Squalo 2, un sequel che ha scolpito nella storia del cinema uno dei tagline più famosi di sempre e che ci introduce a un predatore ancora più feroce. Questa volta la minaccia non è Bruce, ma la sua presunta compagna, una gigantesca femmina di 25 piedi soprannominata dai fan Brucette, la cui esistenza come sposa del primo squalo viene confermata anche nella narrazione del romanzo ufficiale.
Brucette è una macchina da guerra biologica, capace di toccare velocità sbalorditive tra le 20 e le 50 miglia orarie, rendendo vana ogni speranza di fuga per gli sciatori d’acqua che incrociano il suo cammino. La sua ferocia è pari solo alla sua resistenza: durante un attacco brutale a una barca a motore, l’esplosione del carburante la lascia profondamente sfigurata, con il lato destro della testa bruciato e carbonizzato. Questo dettaglio estetico non la rallenta, ma la trasforma in un mostro dal volto demoniaco, un’ombra implacabile che sembra perseguitare sistematicamente la nuova generazione di Amity.
Al centro del dramma umano ritroviamo un Martin Brody consumato dall’ansia e dal trauma, un eroe diventato paria che viene persino licenziato dal consiglio cittadino perché la sua “ossessione” per i predatori minaccia nuovamente gli investimenti milionari della stagione turistica. Mentre gli adulti voltano lo sguardo, i figli di Brody, Michael e Sean, disobbediscono agli ordini del padre unendosi a un gruppo di adolescenti in una gita in barca a vela che si trasforma rapidamente in un mattatoio galleggiante. Brucette dimostra una potenza inaudita, arrivando persino ad attaccare e abbattere un elicottero della pattuglia portuale, trascinando il pilota verso un destino atroce.
L’atto finale si consuma nei pressi di Cable Junction, un isolotto desolato che ospita una stazione di rilancio elettrico sottomarino. Qui, Brody deve affrontare il mostro da solo, senza l’aiuto di cacciatori esperti o scienziati. Sfruttando la sensibilità dello squalo alle vibrazioni, il capo della polizia attira la bestia colpendo un cavo elettrico con un remo. In un climax elettrizzante, Brucette compie il suo ultimo errore: addenta con furia il cavo ad alta tensione sottomarino. La scarica elettrica la investe con una violenza inaudita, folgorandola all’istante e trasformando il predatore in una massa di resti carbonizzati che sprofondano nel silenzio degli abissi, mettendo fine al secondo tragico incidente di Amity.
Lo Squalo 3 (1983)
Nel 1983, il franchise decise di fare un salto letteralmente fuori dallo schermo, sfruttando il revival tecnologico del 3D per trascinare il pubblico direttamente tra le fauci del predatore. Abbandonata l’ormai martoriata Amity Island, la narrazione si sposta sotto il sole della Florida, nel cuore scintillante di SeaWorld, dove i figli di Martin Brody, Mike e Sean, si trovano ad affrontare un incubo subacqueo senza precedenti tra gallerie di vetro e lagune artificiali. Tutto ha inizio quando un giovane esemplare di dieci piedi, soprannominato Danny, segue incautamente un gruppo di sciatori d’acqua all’interno del parco, finendo per essere catturato e trasformato in una potenziale, redditizia attrazione turistica.

Ma la tragedia scatta quando l’avidità umana prende il sopravvento: il piccolo Danny muore per lo stress della prigionia in una vasca troppo stretta, scatenando una risposta viscerale e terrificante dalle profondità dell’oceano. Nascosta nei condotti di filtraggio del parco, emerge infatti la vera minaccia: Brucetta, una mastodontica femmina di 35 piedi, ritenuta la figlia della creatura del secondo film e spinta da un istinto di vendetta materno che non conosce ostacoli. Con una potenza devastante, Brucetta trasforma il parco in una trappola mortale, mandando in frantumi i tunnel sottomarini e seminando il panico tra i visitatori intrappolati mentre l’acqua invade ogni spazio vitale.
Il culmine di questa battaglia si consuma in un atto di puro terrore quando il fotografo Philip FitzRoyce tenta di attirare il mostro in un tubo di filtraggio per ucciderlo, finendo però per essere inghiottito vivo e schiacciato tra le fauci della bestia mentre stringe inutilmente una granata. In un finale che ha cercato di massimizzare l’effetto tridimensionale dell’epoca, Mike Brody utilizza un’asta metallica per innescare l’esplosivo rimasto incastrato nella gola dello squalo. L’esplosione che ne segue riduce Brucetta in frammenti che sembrano proiettarsi contro lo spettatore, mettendo fine al massacro e lasciando Mike e Sean a fare i conti con l’eredità di sangue che sembra perseguitare la loro famiglia ovunque ci sia dell’acqua. Nonostante l’accoglienza tiepida della critica, che considerò il 3D poco più di un espediente, il film rimane un tassello fondamentale per comprendere come il mito dello squalo abbia cercato di evolversi in uno spettacolo visivo sempre più estremo e colossale.
Lo Squalo 4 (1987)
Il sipario cinematografico cala infine nel modo più inaspettato e surreale possibile con il capitolo conclusivo del 1987: Jaws: The Revenge, un film che ha profondamente diviso il pubblico e che la critica ha spesso etichettato tra i peggiori mai realizzati.
In questa iterazione, la storia abbandona definitivamente il realismo per trasformarsi in un dramma familiare tinto di soprannaturale. Tutto riparte da Amity Island, dove scopriamo che il leggendario Martin Brody è morto per un infarto, una fine che la moglie Ellen attribuisce senza dubbi alla paura cronica accumulata in anni di incontri mortali con i predatori. Ma il destino non ha ancora finito con i Brody: proprio durante le celebrazioni natalizie, il figlio minore Sean, diventato vicecapo della polizia, viene attirato in una trappola sottomarina nel porto di Amity e brutalmente ucciso da un nuovo predatore.
Disperata e convinta che una forza oscura stia eliminando sistematicamente la sua stirpe, Ellen cerca rifugio nelle calde acque delle Bahamas presso il figlio Michael, ora biologo marino.

È qui che il mito dello squalo muta radicalmente: la creatura, soprannominata dai fan Vengeance, non è più solo un animale spinto dall’istinto, ma un killer implacabile che sembra aver seguito i Brody per migliaia di chilometri. Il film introduce un controverso legame psichico tra Ellen e la bestia; la donna sperimenta flashback di attacchi a cui non ha mai assistito fisicamente, percependo la vicinanza dello squalo come un presagio di sventura imminente.
Questo predatore di 25 piedi rompe ogni legge della natura, arrivando in un momento di pura follia narrativa a emettere un ruggito di sfida mentre emerge dall’acqua, un dettaglio che ha consegnato la pellicola alla storia del cult involontario.
Se la trama cinematografica appare bizzarra, il romanzo ufficiale di Hank Searls si spinge oltre, suggerendo che lo squalo sia mosso dalla magia nera di uno sciamano voodoo desideroso di vendetta contro Michael Brody. Lo scontro finale è un climax di tensione emotiva: Ellen, al timone della Neptune’s Folly, decide di affrontare il mostro da sola. In un atto di sacrificio e furia, sperona la creatura con il bompresso della barca.
A seconda della versione guardata, lo squalo viene semplicemente impalato o esplode violentemente — una scena, quest’ultima, che riutilizza paradossalmente il materiale d’archivio della morte di Bruce nel primo film. Si chiude così, tra le onde dei Caraibi, una saga che ha trasformato un predatore dei mari nell’incarnazione vivente della vendetta umana.
Videogiochi
L’esperienza de Lo Squalo non è rimasta confinata allo schermo passivo, ma è esplosa nel mondo dei videogame, permettendoci finalmente di vestire i panni del mostro.
Se nel 1987 sul NES ci limitavamo a una caccia arcade, è con Jaws Unleashed del 2006 che il sogno proibito di ogni fan si avvera: impersonare un enorme squalo bianco di 35 piedi in un open-world dove tutto è commestibile. In questo titolo, il giocatore può distruggere raffinerie, combattere contro orche e calamari giganti, e sfuggire alla cattura in una narrazione che vede il ritorno di un Michael Brody ormai biologo marino.

Più recentemente, Jaws: Ultimate Predator ha reimmaginato l’azione con combattimenti viscerali e attacchi speciali, portando la furia della natura su piattaforme come Wii e 3DS in una storia a sé stante che ignora i film per concentrarsi sulla pura supremazia del predatore.
Altre apparizioni
L’ombra di Bruce ha travalicato i confini di Amity, comparendo in cameo leggendari da E.T. l’extra-terrestre a Jurassic Park, fino al futuro di Ritorno al Futuro Parte II. La Pixar lo ha consacrato chiamando Bruce il predatore di Alla ricerca di Nemo, mentre Star Wars: The Clone Wars ha replicato il suo destino esplosivo attraverso l’alieno Riff Tamson. Richard Dreyfuss ha riportato in vita lo spirito di Hooper in Piranha 3D, mentre i tormenti del set originale sono rivissuti sul palcoscenico con The Shark Is Broken e il musical Bruce. Dalle vette delle classifiche musicali con “Mr. Jaws” all’universo dei videogame, del pinball e di titoli come Funko Fusion, la leggenda è diventata un’icona fisica grazie a un epico set LEGO da 1.497 pezzi. Come ultimo dei grandi Mostri della Universal, la sua pinna continuerà a tagliare l’immaginario collettivo, ricordandoci che il terrore dell’abisso è immortale.
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