Se siete fan delle atmosfere gotiche, delle nebbie perenni, e ovviamente del Solitario di Providence, allora dovete assolutamente conoscere The Haunted Palace del 1963, uscito in Italia con il titolo La città dei morti, nientemeno che la prima trasposizione cinematografica di un’opera di Lovecraft!
Leggi tutto: The Haunted Palace: il primo film di Lovecraft!La genesi di questa pellicola è davvero un intrigo degno di un romanzo, quasi un “horror nel dietro le quinte”. Pensate che Roger Corman non iniziò nemmeno il progetto con la sua solita casa di produzione, la American International Pictures. Tutto cominciò mentre stava girando Sepolto vivo per la Pathe. Inizialmente, Corman aveva in mente un cast completamente diverso: voleva Ray Milland, Hazel Court e nientemeno che il leggendario Boris Karloff. Le cose però cambiarono radicalmente quando la Pathe vendette i suoi interessi sul progetto alla AIP, portando alla sostituzione dei protagonisti con il trio che conosciamo: Vincent Price, Debra Paget e Lon Chaney Jr..
C’è anche un aneddoto piuttosto amaro su Boris Karloff: il suo ruolo, quello del sinistro custode Simon, era stato scritto proprio per lui, ma dovette rinunciare perché si ammalò gravemente in Italia mentre girava I tre volti della paura di Mario Bava. Al suo posto arrivò Lon Chaney Jr., che curiosamente fece qui la sua unica apparizione in un film di Corman. Per Debra Paget, invece, questo film segnò l’addio definitivo alle scene; si ritirò subito dopo per diventare una cristiana rinata e condurre programmi religiosi in TV.
Corman era davvero stanco di Edgar Allan Poe e voleva fare qualcosa di profondamente diverso, puntando tutto su H.P. Lovecraft. Il film avrebbe dovuto intitolarsi fedelmente The Case of Charles Dexter Ward o al massimo The Haunted Village. Ma i boss della AIP non volevano sentire ragioni: il marchio “Poe” vendeva troppo bene per essere ignorato. Così, contro il volere del regista, imposero il titolo The Haunted Palace, pescando da una poesia di Poe del 1839. Fu un’operazione di puro marketing, tanto che nei titoli di testa riuscirono persino a sbagliare il nome del poeta, scrivendo “Edgar Allen Poe” con la “e” invece della “a”. Di Poe rimasero solo otto righe recitate da Price all’inizio e alla fine, un semplice paravento per quello che è a tutti gli effetti il primo vero adattamento cinematografico di Lovecraft ad arrivare al grande pubblico.
Il lavoro di scrittura fu affidato a Charles Beaumont, una vera colonna de Ai confini della realtà, che conosceva bene il materiale di Lovecraft e cercò di infondere nel copione quella sensazione di orrore cosmico. Anche se la produzione fu una vera corsa contro il tempo, con appena quindici giorni di riprese, il giovane Francis Ford Coppola fu chiamato per dare una lucidata ai dialoghi e preparare gli attori. Vincent Price lavorò a stretto contatto con Corman per definire le sfumature tra Charles e il malvagio Curwen, cercando di massimizzare ogni minuto sul set. Tecnicamente il film fu anche un esperimento: Corman usò per la prima volta un nuovo obiettivo zoom, che però gli diede non pochi grattacapi perché richiedeva molta più luce del normale, complicando non poco il lavoro del direttore della fotografia Floyd Crosby. E per far sembrare Arkham una città vera nonostante il budget ridotto, ricorsero a trucchi di prospettiva forzata su set minuscoli, alcuni dei quali furono poi riciclati per il film La vergine di cera. Insomma, un piccolo miracolo di ingegno e compromessi che ha dato vita a un classico immortale.
La città dei morti: la storia
Tutto ha inizio nel 1765 ad Arkham, nel Massachusetts. Immaginate questa cittadina perennemente avvolta dalla nebbia, che vive letteralmente sotto l’ombra di un palazzo sinistro e maestoso che domina la collina. Il proprietario è Joseph Curwen, un uomo che tutti sospettano essere un negromante in combutta con forze oscure. E i sospetti diventano certezze quando una giovane del villaggio viene attirata al palazzo in uno stato di trance ipnotica.
Curwen e la sua amante Hester Tillinghast la conducono nei sotterranei per sottoporla a un rituale terrificante davanti a un pozzo sigillato da una grata, da cui sembra emergere qualcosa di indicibile. Gli abitanti, guidati da Ezra Weeden, non ne possono più: assaltano il palazzo con le torce e trascinano via Curwen. Ezra, però, risparmia Hester perché in passato erano stati fidanzati. Legato a un albero per essere arso vivo, Curwen non mostra pentimento, anzi, scaglia una maledizione brutale su Arkham e sui discendenti di chi lo sta uccidendo, promettendo di tornare dalle fiamme per avere la sua vendetta.
Facciamo un salto in avanti di centodieci anni, nel 1875. In città arrivano Charles Dexter Ward e sua moglie Anne, interpretata da Debra Paget al suo ultimo ballo sul grande schermo. Charles ha appena ereditato quella proprietà e non ha idea della reputazione del suo antenato, ma l’accoglienza che riceve è gelida: al bar “The Burning Man”, gli avventori ammutoliscono e lo fissano con un misto di terrore e odio. Il motivo è semplice quanto inquietante: Charles è la copia spudorata di Curwen, ne condivide persino il modo di vestire e la barba curata. Mentre camminano per le strade spettrali di Arkham, i due notano qualcosa che fa gelare il sangue: la città è piena di persone con orribili deformità, mutanti nati senza occhi o con tratti mostruosi che vagano come spettri. Il medico locale, Marinus Willet, spiega loro che queste mutazioni sono il frutto dei terribili esperimenti di Curwen, che cercava di accoppiare le donne del villaggio con entità provenienti da altri mondi.

Una volta sistemati nel palazzo – che, piccola chicca, si dice sia stato portato pietra dopo pietra dall’Europa – Charles rimane letteralmente stregato da un ritratto di Curwen appeso sopra il camino. Qui Vincent Price dà il meglio di sé: con sottili cambi di espressione ci fa capire come lo spirito del warlock stia lentamente divorando l’anima di Charles. Charles prova a resistere, ma è una battaglia persa; Curwen, aiutato dal fedele maggiordomo Simon (Lon Chaney Jr.) e da Jabez Hutchinson, che sembrano aver trovato il modo di abitare i corpi dei propri discendenti, inizia a mettere in atto la sua vendetta.
Inizia una scia di sangue: Curwen uccide i discendenti dei suoi aguzzini, spesso usando il fuoco per fargli provare lo stesso dolore che ha patito lui. Ma il suo vero obiettivo è cosmico: vuole usare il Necronomicon per invocare divinità esterne come Cthulhu e Yog-Sothoth e creare una razza di super-esseri. Nel frattempo, riesce persino a resuscitare Hester, la sua amante, facendola tornare dalla tomba.
La tensione sale quando Curwen, ormai quasi in pieno controllo, decide di offrire Anne come “sposa” alla creatura informe e mostruosa che vive nel pozzo delle segrete. Proprio mentre i cittadini, furibondi per gli omicidi, assaltano nuovamente il palazzo con il fuoco, accade l’imprevedibile: la distruzione del ritratto spezza momentaneamente il legame psichico. Charles ritrova se stesso per il tempo necessario a liberare Anne e spingere il dottor Willet a portarla via mentre le fiamme divorano tutto. Mentre Simon e i suoi compari fuggono lasciandolo morire, Willet riesce a salvare Charles dal rogo. Sembrerebbe un lieto fine, ma Corman ci regala un colpo di coda modernissimo: nell’ultima inquadratura, un dettaglio ci suggerisce che l’essenza malvagia di Curwen non è affatto scomparsa, ma è ancora lì, annidata dentro il corpo di Charles.
Entriamo ora in una parte che farà impazzire i fan dell’orrore cosmico, perché, dal punto di vista dell’influenza di Lovecraft, questo film è una pietra miliare assoluta.
Pensate che è stata la prima grande produzione cinematografica a portare sullo schermo elementi iconici del Mito di Cthulhu. Non stiamo parlando solo di suggestioni vaghe: qui per la prima volta un pubblico di massa ha sentito pronunciare nomi come Cthulhu e Yog-Sothoth, ha visto il Necronomicon e ha visitato l’atmosfera nebbiosa di Arkham, una delle città immaginarie più celebri dell’autore. È interessante notare come il film riesca a trasmettere quel senso di orrore “altro” tipico di Lovecraft, dove il male non è legato a una visione cristiana o satanica — tanto che una croce non servirebbe a nulla contro Curwen — ma a forze indifferenti e mostruose provenienti da altri mondi.
Tuttavia, se confrontiamo la pellicola con il materiale originale, le variazioni sono davvero tante e profonde. Partiamo dal protagonista: nel romanzo di Lovecraft, Charles Dexter Ward è un giovane di ventisei anni, un antiquario introverso, scapolo e un po’ “topo di biblioteca” che vive con i genitori. Qui invece abbiamo un Vincent Price nel pieno della maturità, un uomo cinico, sarcastico e soprattutto sposato con Anne, un personaggio creato appositamente per il film che sostituisce la figura della madre presente nel libro. Anche il modo in cui Curwen torna in vita è stato completamente stravolto per adattarsi meglio a uno stile più gotico e immediato. Nel libro, Curwen viene resuscitato tramite i suoi “sali essenziali” in una complessa operazione di necromanzia e poi uccide Charles per prenderne fisicamente il posto. Nel film, invece, si opta per una possessione spirituale mediata da un ritratto maledetto, creando un duello psicologico costante tra l’anima del discendente e quella dell’antenato.
Anche l’ambientazione temporale ha subito un restyling: Lovecraft ambientava la sua storia nel 1928 a Providence, mentre Corman sposta tutto nel 1875 ad Arkham. Questa scelta non è stata solo estetica, ma serviva a mantenere quel look vittoriano tipico del ciclo di Poe e a giustificare più facilmente la presenza di una folla inferocita con le torce, un elemento che nel 1928 sarebbe apparso un po’ fuori tempo massimo. Persino i comprimari sono stati “declassati”: nel romanzo, Simon Orne e Jabez Hutchinson sono potenti maghi alla pari di Curwen che comunicano con lui tramite lettere, mentre nel film diventano quasi dei servitori ghoulish che abitano i corpi dei loro posteri per aiutarlo nei suoi piani.
Ma la differenza più affascinante sta negli esperimenti di Curwen. Nel libro si parla di necromanzia pura, di interrogare i morti per ottenere conoscenza proibita. Nel film, invece, Corman spinge sull’orrore biologico: Curwen vuole creare una razza di super-uomini accoppiando donne umane con divinità esterne, ed è proprio questo a causare le orribili deformità degli abitanti di Arkham, che ricordano molto più gli ibridi di L’ombra su Innsmouth o di L’orrore di Dunwich che non il racconto originale di Charles Dexter Ward. Infine, il finale stesso cambia registro: mentre nel libro la ragione e la bontà trionfano grazie all’intervento del dottor Willet, il film si chiude con una nota molto più cupa e moderna, suggerendo che, nonostante l’incendio, l’essenza maligna di Curwen sia sopravvissuta dentro Charles.
The Haunted Palace: recensione
In conclusione, vale la pena recuperare The Haunted Palace? Assolutamente sì.

Anche se non è un adattamento fedele al cento per cento e gli effetti speciali del “mostro nel pozzo” possono sembrare un po’ datati, la pellicola trasuda un’atmosfera autunnale e spettrale che è perfetta per un pomeriggio di pioggia. È un horror per adulti che tocca temi oscuri come la mutazione genetica, la possessione e l’insignificanza dell’uomo di fronte a divinità indifferenti. Se amate Vincent Price, qui lo vedrete al massimo della forma, capace di essere sia la vittima che il carnefice con una grazia magnetica. È un film che dovrebbe guardare chiunque voglia vedere dove il cinema ha iniziato a confrontarsi seriamente con l’orrore cosmico di Lovecraft, prima che diventasse un fenomeno di massa. Insomma, un piccolo gioiello di classe, nebbia e follia ereditaria che non deluderà gli amanti del genere.
E con questo è tutto! Fatemi sapere nei commenti quale altro film blasfemo vorreste vedere analizzato. Noi ci vediamo alla prossima!









